Sulla durata media del rapporto sessuale sono stati fatti diversi studi. L’argomento è piuttosto accattivante e fonte da sempre di battute e confronti, soprattutto tra uomini intorno a un tavolo da bar che di solito si dichiarano tutti “maratoneti” del sesso.

Ma cosa dicono gli studi?

Innanzi tutto che non c’è una “normalità”, ovvero la durata del rapporto sessuale, inteso dall’inizio della penetrazione fino all’eiaculazione, dipende da molti fattori:

  • età dell’uomo ma anche della partner;
  • esperienza;
  • stato emotivo (ad esempio ansia da prestazione);
  • feeling con la partner;
  • frequenza dei rapporti sessuali.

Uno studio Olandese ha monitorato 500 coppie provenienti da diverse nazioni e ha riportato che il tempo medio è di poco superiore ai 5 minuti con una ampia percentuale dei partecipanti allo studio che si collocava intorno ai due minuti dalla penetrazione.

Ma quando possiamo parlare di eiaculazione precoce?

Secondo la definizione dell’International Society for Sexual Medicine (ISSM), l’eiaculazione precoce è una disfunzione sessuale caratterizzata da un’eiaculazione che si verifica ancor prima, o entro un minuto, dalla penetrazione vaginale, oppure rappresenta genericamente l’incapacità di ritardare a piacimento l’eiaculazione (leggi qui per approfondimenti). Nei casi più gravi, l’eiaculazione può avvenire durante i preliminari e viene definita ante portam.

L’eiaculazione precoce si può poi distinguere in:

  • Primaria – sembra avere una base genetica ed è presente fin dall’inizio dell’attività sessuale dell’individuo.
  • Secondaria – compare nel corso della vita della persona dopo un periodo di tempi eiaculatori soddisfacenti. In questi casi l’origine del problema va ricercata nella perdita di fiducia, a livello psicologico o nella incapacità di mantenere l’erezione per tutta la durata del rapporto sessuale.

A proposito dell’eiaculazione precoce primaria, si parla di base genetica intesa come maggiore attività del gene di trasporto della idrossitriptamina, gene coinvolto nel controllo della serotonina che a sua volta è una molecola in grado di mediare la rapidità eiaculatoria (leggi qui per approfondimenti). Basandosi su queste evidenze scientifiche, alcuni “ricercatori” si sono spinti ad affermare la possibile ereditarietà dell’eiaculazione precoce. Tuttavia, l’attività del gene in questione si dice in biologia essere inducibile, ovvero varia in risposta all’ambiente, perciò se l’uomo è stressato o soffre di ansia e il suo rapporto con il partner non funziona bene anche la sua rapidità eiaculatoria ne soffrirà, perciò l’ereditarietà è solo uno dei fattori e può essere modulata dall’ambiente e dai comportamenti della coppia.

Ma torniamo allo studio Olandese. Abbiamo detto che una buona parte dei partecipanti allo studio aveva un tempo di eiaculazione intorno ai due minuti, davvero molto vicino al minuto al di sotto del quale si viene etichettati come eiaculatori precoci e spediti in terapia.

L’eiaculazione in un’ottica evolutiva.

Da biologo evoluzionista devo però rasserenare tutti coloro che si trovano in quella zona, ovvero intorno ai due minuti. Dobbiamo sempre tenere presente che l’uomo di oggi geneticamente è praticamente identico (salvo qualche mutazione) a quello di diecimila anni fa quando l’essere veloci ad eiaculare voleva dire rimanere meno tempo in una situazione in cui si era una facile preda, perciò da un punto di vista biologico e di adattamento all’ambiente era una caratteristica vincente dei nostri antenati.

Certo, ora i tempi sono cambiati e i predatori sono lontani, così un rapporto sessuale breve non è più un vantaggio e i così detti “maratoneti” sono probabilmente più apprezzati dal loro partner. In conclusione, chi si sente vicino all’essere un eiaculatore precoce (condizione secondaria), può sentirsi giustificato da un punto di vista biologico ma non esentato dal fare di tutto per soddisfare anche il partner, rivolgendosi, se necessario, a un urologo.

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Biologo e Dottore di Ricerca in Biologia Molecolare e Cellulare, dopo alcuni anni di ricerca di base e applicata nelle Università di Parma e Pavia ho iniziato a lavorare per una grande multinazionale americana produttrice di strumentazione di ricerca e diagnostica che ha fornito, ai consorzi pubblico e privato, i sequenziatori di DNA che hanno permesso il sequenziamento del primo genoma umano. Dopo quasi 20 anni nel settore "Life Science" come specialista applicativo e poi come responsabile scientifico e marketing di team internazionali ho voluto mettere a disposizione le mie conoscenze per rendere più comprensibile il cambiamento del mondo della diagnostica e come questo è influenzato dalla ricerca.

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