Oggi vi presentiamo una bellissima intervista al Professor Edoardo Savarino, specialista in Gastroenterologia, che lavora presso l’Azienda Ospedaliera di Padova dal 2011 e insegna Gastroenterologia presso l’Università di Padova.

L’interesse del Professor Savarino è rivolto principalmente alla ricerca, diagnosi e cura delle malattie del tratto gastrointestinale, in particolare le malattie immuno-mediate, quali le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, l’esofagite eosinofila, così come le patologie motorie come la sindrome del colon irritabile. E’ uno dei pochi medici gastroenterologi in Italia a eseguire il trapianto di microbiota come normale pratica per la cura dell’infezione da Clostridium difficile.

Professor Savarino, ci parli innanzi tutto del trapianto di microbiota, di cosa si tratta?

Il trapianto del microbiota è una procedura clinica che comporta il trasferimento del microbiota di un soggetto sano in un soggetto malato (leggere qui per approfondimenti). In questo modo viene a essere trapiantata l’intera flora microbica del tratto intestinale di un soggetto che non presenta alcuna patologia e sintomatologia e che presenta determinati requisiti che sono stabiliti dagli organi regolatori italiani, europei e internazionali: Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), European Medical Agency (EMA) e Federal Drug Administration (FDA).

La selezione del donatore è molto importante per il successo del trapianto del microbiota, perciò è molto accurata e solo una parte dei potenziali donatori raggiunge lo stadio finale della selezione.

Come si trapianta il microbiota ed è una procedura dolorosa?

Innanzi tutto diciamo che sono quattro le tecniche in uso attualmente per il trapianto del microbiota. La prima e più utilizzata prevede l’esecuzione di una colonscopia, generalmente in sedazione profonda e pertanto priva di dolore. L’unico fastidio che il paziente può provare avviene prima della colonscopia in quanto l’intestino deve essere lavato attraverso apposite preparazioni e liberato dalla flora batterica patogena.

La seconda tecnica prevede l’uso di clismi per via rettale. Questi però possono avere una efficacia limitata in quanto possono raggiungere solo il sigma e quindi coinvolgere solo la mucosa e il lume del tratto distale del colon.

La terza modalità di trapianto del microbiota si può effettuare attraverso un sondino che viene introdotto per via nasale raggiungendo il duodeno distale o il digiuno e quindi il materiale fecale scende fino al colon. Questa è una modalità che consente l’introduzione di abbondante materiale ma non esclude completamente la possibilità che il materiale fecale refluisca a livello gastrico. Inoltre, l’introduzione del sondino, così come la sua permanenza durante l’infusione, possono risultare abbastanza fastidiosi per il paziente.

La quarta modalità è orale e prevede l’utilizzo di capsule gastro resistenti che contengono materiale fecale opportunamente trattato. Anche in questo caso non si può escludere completamente la possibilità di rigurgito.

In ogni caso nessuna di queste tecniche è dolorosa in quanto minimamente invasiva.

Quali malattie intestinali può curare?

Al momento l’unica malattia intestinale per la quale l’AIFA ha autorizzato il trattamento con trapianto fecale è l’infezione da Clostridium difficile recidiva o resistente alla terapia antibiotica. Questo batterio infetta l’uomo generalmente in ambiente ospedaliero. E’ importante aggiungere che il Clostridium difficile è presente fisiologicamente nell’intestino dell’essere umano, ma in alcune condizioni ci può essere una crescita eccessiva del batterio oppure ci può essere la trasmissione di un ceppo più aggressivo da parte di soggetti infetti. La trasmissione avviene per contatto e l’infezione comporta una grave compromissione dell’organismo del soggetto che la riceve e nei casi più gravi può portare al decesso per sepsi.

Come viene scelto il donatore di microbiota?

Il donatore deve essere sano, ovvero la sua flora batterica deve essere priva di agenti patogeni o batteri capaci di produrre sostanze tossiche o resistenti alle terapie antibiotiche. Per questo vengono effettuati numerosi test specifici del tutto simili a quelli che vengono adottati per la selezione dei donatori di organi solidi o altri tessuti.

Deve esserci una compatibilità tra donatore e ricevente come nel caso dei trapianti d’organo?

Nessuna compatibilità è richiesta. Non c’è alcuna preclusione anche nel caso di dieta del donatore o di età del donatore.

Un solo trapianto è risolutivo della patologia o deve essere ripetuto?

Nell’infezione da Clostridium difficile un solo trapianto può essere risolutivo. Nel caso però di una patologia cronica come ad esempio la sindrome del colon irritabile o la colite ulcerosa, i dati a disposizione provenienti dalle prime sperimentazioni suggeriscono la necessità che il trapianto vada ripetuto per essere efficace.

Come fa il cittadino che soffre di una infezione da Clostridium difficile a essere curato con il trapianto di microbiota?

Il paziente può richiedere il trapianto di microbiota se suggerito dal proprio medico curante in accordo con le attuali indicazioni cliniche e deve rivolgersi ai centri che svolgono questa pratica. I centri abilitati possono essere trovati a Roma, Milano e Padova ma in diverse altre città italiane la procedura verrà implementata in futuro. In seguito alla prima visita, il paziente viene generalmente ospedalizzato per due giorni per poter eseguire la preparazione e poi il trapianto e quindi dimesso.

In conclusione come vede lo sviluppo di questa terapia in Italia?

Ci sono molte potenzialità in quanto è una procedura con costi molto bassi e con una percentuale di guarigione molto alta. Ad esempio nel caso di pazienti infetti da Clostridium difficile antibiotico resistente, la percentuale di guarigione è dell’85%.

Inoltre, ci sono molte altre patologie dove il trapianto fecale potrebbe determinare un significativo passo avanti della medicina, ad esempio le neoplasie del sistema ematopoietico o le infezioni multi-resistenti in pazienti che fanno terapie immunosoppressive. Inoltre, a Padova abbiamo recentemente trattato un paziente che aveva subito un trapianto di rene e presentava una infezione intestinale cronica da Norovirus che non si risolveva con terapia medica e che determinava un quadro clinico importante. Con un singolo trapianto fecale l’infezione è scomparsa anche a distanza di tempo dalla procedura effettuata.

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Biologo e Dottore di Ricerca in Biologia Molecolare e Cellulare, dopo alcuni anni di ricerca di base e applicata nelle Università di Parma e Pavia ho iniziato a lavorare per una grande multinazionale americana produttrice di strumentazione di ricerca e diagnostica che ha fornito, ai consorzi pubblico e privato, i sequenziatori di DNA che hanno permesso il sequenziamento del primo genoma umano. Dopo quasi 20 anni nel settore "Life Science" come specialista applicativo e poi come responsabile scientifico e marketing di team internazionali ho voluto mettere a disposizione le mie conoscenze per rendere più comprensibile il cambiamento del mondo della diagnostica e come questo è influenzato dalla ricerca.

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