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Le nuove varianti del Coronavirus

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Le varianti inglese, sudafricana e brasiliana, aleggiano come spettri sulle nostre (poche) certezze. Queste varianti possono ridurre l’affidabilità dei test molecolari o l’efficacia dei vaccini? Dobbiamo aspettarci altre varianti in futuro?

Da quando abbiamo fatto conoscenza con SARS-CoV-2, migliaia di mutazioni sono state individuate grazie al sequenziamento del virus. Le mutazioni sono diffuse in tutto il virus, che ricordiamo è lungo poco più di 29 mila basi, 29 mila mattoncini che portano l’informazione genetica necessaria per la sua sopravvivenza una volta che si è introdotto in una cellula di mammifero, uomo o animale che sia.

Prima di parlare delle conseguenze causate dalle varianti inglese, sudafricana e brasiliana, occorre fare chiarezza su alcuni termini, spesso utilizzati come sinonimi ma che sinonimi non sono: mutazione e variante.

Cominciamo con il dire che una volta che un virus a RNA, nel caso specifico SARS-CoV-2, infetta una cellula, la prima cosa che fa è utilizzare la cellula ospite per produrre copie di se stesso, è il suo modo per riprodursi.

Questo sistema di copiatura non è sempre perfetto e in maniera occasionale si possono verificare delle differenze tra la copia di RNA originale e la nuova copia, queste differenze sono chiamate mutazioni. Ne sono state individuate alcune migliaia sequenziando il codice genetico del virus presente in soggetti infetti. Molto spesso le mutazioni non hanno alcun effetto, oppure un effetto negativo sul virus stesso e in alcuni casi possono essere favorevoli alla sopravvivenza di SARS-CoV-2.

Come sopravvive un Virus? Variando!

L’insieme di alcune mutazioni che sono condivise tra soggetti infettati dal coronavirus, vengono chiamate varianti e generano un nuovo ceppo virale che sarà sempre definito SARS-CoV-2 ma chiaramente distinguibile dal ceppo virale originale. Le varianti che si diffondono devono necessariamente portare un beneficio al virus e in genere si tratta di una maggiore capacità di sopravvivenza e di trasmissibilità, ovvero di adattabilità all’ambiente nel quale il coronavirus vive. Da un punto di vista evolutivo, le varianti che sono più letali non sopravvivono a lungo, poiché uccidono l’ospite che consente loro di riprodursi.

Quali sono le caratteristiche delle varianti inglese, sudafricana e brasiliana?

Variante Inglese

E’ anche chiamata B.1.1.7 o variante del Kent poiché è stata individuata per la prima volta nel Sud-Est dell’Inghilterra. Le mutazioni che caratterizzano questa variante sono 23 e 8 si trovano nella regione codificante la proteina Spike, quella parte del virus che si lega ai recettori sulla superficie delle cellule umane e consente l’ingresso di SARS-CoV-2 nelle cellule stesse. Dalle osservazioni attualmente disponibili, questa variante si lega più efficacemente al recettore ACE-2 umano e quindi aumenta la capacità di diffusione del virus. Il ceppo B.1.1.7 si è rapidamente diffuso nel resto dell’Inghilterra e fuori dei suoi confini grazie alla sua maggiore trasmissibilità. Pur essendo più contagiosa, la variante B.1.1.7 non sembra essere più virulenta, ovvero portare a sintomi più gravi o avere una maggiore letalità (parametri misurati come periodo di ospedalizzazione e decessi causati da SARS-CoV-2).

Variante Sudafricana

E’ nota come variante 501Y.V2 o ceppo B.1.351 ed è stata identificata in Sud Africa per la prima volta. Nel complesso la variante sudafricana è caratterizzata da 21 mutazioni, delle quali 9 si trovano sulla proteina Spike. Anche questa variante si è diffusa molto rapidamente in tutto il Sud Africa e al di fuori dei suoi confini. E’ caratterizzata dalla presenza della mutazione N501Y, da cui prende il nome e che si trova anche nella variante inglese. Questa mutazione, insieme ad altre, conferisce al ceppo virale un’alta trasmissibilità ma non determina un aumento della gravità dei sintomi o della letalità del coronavirus pur mostrando anche una maggiore carica virale.

Variante Brasiliana

Viene definita variante B.1.1.28 ed è stata identificata nella regione di Manaus in Brasile per la prima volta. E’ caratterizzata da 12 mutazioni concentrate sulla regione codificante la proteina Spike. Dal Brasile si è diffusa rapidamente in particolare negli Stati Uniti e in Giappone dove è stata individuata il 6 Gennaio 2021. E’ nota anche perché è stata riscontrata in una donna di 45 anni che si è ammalata nuovamente di Covid-19 dopo essere guarita dall’infezione con un altro ceppo di SARS-CoV-2, 5 mesi prima. Ha molte mutazioni in comune con la variante sudafricana, sebbene si pensi che le due varianti si siano evolute indipendentemente.

Le varianti possono ridurre l’affidabilità dei test molecolari?

A oggi non ci sono evidenze che i test molecolari o tampone molecolare, siano meno efficaci nel rilevare l’infezione da varianti di SARS-CoV-2. I ricercatori sono comunque molto attenti e stanno lavorando per migliorare l’affidabilità dei test molecolari sviluppando nuovi test, definiti multiplex, dove sonde diverse identificano le varianti. Il limite ovviamente è che tali test possono individuare solo le varianti note e non nuove varianti, per le quali la migliore soluzione è il sequenziamento genomico. Come spiegato brevemente nel prossimo paragrafo.

Le varianti possono ridurre l’efficacia dei vaccini?

A oggi non ci sono evidenze che le varianti inglese, sudafricana e brasiliana riducano l’efficacia dei vaccini anti Covid-19 di Pfizer-BionTech e Moderna. Tuttavia, ci sono dei forti sospetti che la variante sudafricana riduca l’efficacia del vaccino AstraZeneca sui casi di infezione lieve o moderata. I dati sono ancora preliminari in quanto si basano su osservazioni fatte su un numero ristretto di persone e con un’età media di 31 anni, molto distante dal target più sensibile della popolazione, ovvero gli over-65.

In ogni caso, l’attenzione è alta da parte sia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che dei Sistemi Sanitari Nazionali. Durante la campagna vaccinale sarà importantissimo monitorare la presenza di varianti di SARS-CoV-2 attraverso un sistema di sorveglianza attiva che è già al lavoro nella maggior parte delle nazioni. Lo scopo sarà di verificare se queste varianti influenzeranno negativamente l’efficacia dei vaccini. La strategia più sicura prevede il sequenziamento dell’intero genoma del coronavirus di un numero statisticamente significativo di persone infette, al fine di individuare nuove varianti e anche di monitorare la diffusione sul territorio di vecchie e nuove varianti. Con queste informazioni, le autorità sanitarie pubbliche e le aziende farmaceutiche saranno in grado di reagire rapidamente e se necessario sviluppare nuovi vaccini, in particolare quelli che si basano sull’mRNA che sono senz’altro più flessibili dei vaccini tradizionali che utilizzano retrovirus.

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