Il glioblastoma è un tumore cerebrale molto aggressivo la cui diagnosi tempestiva è fondamentale e per il quale le terapie ad ora esistenti hanno mostrato un’efficacia limitata.

Ne parliamo con il dott. Giuseppe Astori, responsabile del Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate dell’Ospedale di Vicenza e con le dottoresse Daniela Catanzaro, laureata in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e con un Dottorato di Ricerca in Scienze Farmacologiche e Gloria Milani, laureata in Biotecnologie Mediche e con un Dottorato di Ricerca in Oncoematologia.

Dott. Astori, come mai vi siete concentrati sul glioblastoma e quali sono gli attuali trattamenti per la cura di questa patologia?

Il glioblastoma è un tumore cerebrale molto aggressivo che una volta diagnosticato lascia una aspettativa di vita di 12-15 mesi al paziente e a 5 anni dalla diagnosi meno del 5% delle persone sopravvive.

I trattamenti efficaci al momento sono pochi, l’approccio chirurgico è fondamentale per rimuovere il più possibile la massa tumorale ed è fondamentale per la sopravvivenza del paziente. In seguito alla rimozione del tumore, è previsto il trattamento con Temozolomide, un farmaco chemioterapico, la cui efficacia però può dipendere dalle caratteristiche genetiche del tumore. Inoltre, il tumore è generalmente trattato con la radioterapia, che può presentare effetti collaterali importanti.

I motivi per cui ci siamo dedicati allo studio di un trattamento per la cura del glioblastoma sono vari, in primis la ricerca di una terapia di supporto a quelle già esistenti per un tumore a prognosi così infausta. Inoltre, il fatto che se questo nuovo approccio dovesse funzionare con un tumore così aggressivo, come i dati di laboratorio a oggi disponibili ci suggeriscono, ci sono buone probabilità che possa funzionare anche meglio su altre patologie tumorali meno aggressive.

Inoltre, la scelta è stata anche determinata dall’interesse del dipartimento di Neurochirurgia del nostro Ospedale diretto dal Dott. Lorenzo Volpin, a cui è venuta l’idea e coautore dell’articolo che sarà prossimamente pubblicato in un’importante rivista scientifica.

Dottoressa Catanzaro, quali sono le novità introdotte dal vostro studio?

Innanzitutto, applica per la prima volta sul glioblastoma una tecnologia che si basa sulle onde elettromagnetiche ad alte frequenze. Tecnicamente si chiama QMR (Quantum Molecular Resonance) ed è stata sviluppata da Telea Electronic Engineering di Sandrigo (VI) che è il partner privato di questo progetto e che ha sviluppato il dispositivo medico. L’idea si basa sull’utilizzo di speciali elettrodi che verranno impiantati nel luogo dove il tumore è stato rimosso dal chirurgo e capaci di agire in maniera mirata sull’area interessata.

Esiste un sistema simile, precisa il dott. Astori, che però utilizza un casco e onde elettromagnetiche di altro tipo. Si è visto che questo dispositivo è in grado di aumentare la sopravvivenza del paziente di circa 4-5 mesi. Non abbastanza. Il nostro approccio è decisamente più mirato, in quanto una volta che il neurochirurgo ha asportato il tumore, si potranno inserire degli elettrodi che stimolerebbero l’area interessata in maniera molto efficace. Telea ha miniaturizzato il dispositivo che fornisce gli impulsi elettromagnetici in modo che possa essere facilmente trasportato dal paziente e utilizzato ad esempio nelle ore di riposo notturno.

Infine, aggiunge il dott. Marco Ruggeri, Direttore Medico del Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate, è un ottimo esempio di collaborazione e di sinergia tra pubblico e privato vista la partecipazione del Laboratorio di Terapie Cellulari Avanzate, il Reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale di Vicenza e l’Azienda Telea di Sandrigo. Lo studio si è anche avvalso della collaborazione del Centre for integrative biology (CIBIO) dell’Università di Trento.

E’ la prima volta che si usa la QMR in medicina?

Non è la prima volta. Telea ha sviluppato un bisturi che utilizza la QMR che ha la caratteristica di essere meno invasivo grazie al fatto che non provoca il surriscaldamento del tessuto. Infatti, opera a 50 gradi centigradi consentendo al chirurgo di tagliare i tessuti senza bruciarli. Altre applicazioni sono in ambito fisioterapico, in quanto sfruttando le onde elettromagnetiche a frequenze particolari si può trattare il tessuto danneggiato e stimolarne la rigenerazione a livello cellulare.

Dottoressa Milani, come mai avete associato il trattamento con QMR con un farmaco antitumorale?

Per rendere più efficace il trattamento con onde elettromagnetiche, abbiamo abbinato l’utilizzo del farmaco d’elezione per la terapia del glioblastoma, la Temozolomide. Questo farmaco ha l’effetto di diminuire la proliferazione delle cellule tumorali; abbiamo dimostrato che se utilizzato in combinazione con QMR è possibile aumentarne l’efficacia a parità di dosaggio.

Il nostro studio è stato condotto su cellule in vitro, non siamo ancora in fase clinica, tuttavia i dati in nostro possesso sono molto confortanti e dicono come il trattamento combinato QMR e Temozolomide sia in grado di ridurre la proliferazione cellulare in maniera significativa. Inoltre, grazie alla collaborazione con il CIBIO, abbiamo eseguito degli esperimenti di proteomica che ci hanno fornito ulteriori informazioni sul meccanismo cellulare che determina la riduzione di proliferazione delle cellule cancerose.

Quali saranno ora i prossimi passi?

Per ora i dati a nostra disposizione sono il risultato di esperimenti condotti su cellule in vitro. Per passare all’applicazione sull’uomo, sarà necessario raccogliere ulteriori evidenze. Ci sono inoltre alcune difficoltà tecniche che sono al momento in corso di risoluzione.

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