Con l’arrivo dell’inverno aumentano i contagi in tutta Europa. I Governi, mentre esortano la popolazione a vaccinarsi, propongono iniziative che tendono ad aumentare le restrizioni ai non vaccinati. E’ davvero questa la strada giusta o ci sono altre cose che dovremmo tenere in considerazione?

Le vaccinazioni sono attualmente la principale strategia di mitigazione per combattere l’infezione da SARS-CoV-2 in tutto il mondo. I Governi e i Comitati Tecnici Scientifici dicono che la nuova ondata di nuovi casi negli Stati Uniti, in Germania, nel Regno Unito e in Italia, sia guidata da aree con bassi tassi di vaccinazione. Anche in Israele, che è stato il primo stato a iniziare la vaccinazione e a raggiungere un elevatissimo tasso di vaccinati, sta vivendo un significativo aumento dei casi di Covid-19.

Allora i vaccini anti-Covid non funzionano?

Gli studi disponibili, non solo da parte delle aziende farmaceutiche, mostrano chiaramente che i vaccini sono efficaci nell’impedire al virus di replicarsi e scatenare quegli effetti devastanti che abbiamo imparato a conoscere e che sono particolarmente pericolosi per gli anziani, gli obesi e le persone con patologie come diabete, malattie cardiovascolari, renali, respiratorie, oncologiche e malattie immunologiche. Non prevengono la diffusione del virus, quindi un vaccinato può essere ancora contagioso ma senz’altro molto meno di un non vaccinato nel quale il virus non trova alcun ostacolo a replicarsi.

Inoltre, gli studi sulle persone ospedalizzate, indicano chiaramente che la maggior parte dei pazienti non sono vaccinati. Tuttavia è lecito chiedersi:

Perché alcuni vaccinati finiscono in ospedale?

E’ una domanda molto interessante alla quale ha dedicato un approfondito articolo il Corriere a firma Milena Gabanelli e che ha utilizzato i dati messi a disposizione dall’Istituto Superiore di Sanità.

In sostanza, i vaccinati che necessitano di cure ospedaliere sono fondamentalmente gli anziani e coloro che hanno multipatologie e per i quali il vaccino è efficace ma meno che sulle persone in buona salute e più giovani.

I non vaccinati hanno più rischi di finire in ospedale anche se sani, ad esempio nella fascia di età 40-59 anni, il 61% dei non vaccinati ospedalizzati non ha alcuna malattia pregressa. Da non trascurare anche il fatto che nei non vaccinati, ad esempio nella fascia di età 60-79 anni, la durata media del ricovero è di 25 giorni, ovvero il 60% più alta rispetto ai vaccinati ospedalizzati.

Una analisi condotta dall’ATS di Milano su oltre 2 milioni e 200 mila vaccinati, mostra chiaramente come il rischio di ospedalizzazione aumenta proporzionalmente in relazione a determinate patologie. Le più pericolose sono il diabete, le cardiopatie, le broncopneumopatie e l’immunocompromissione. Lo studio conclude che la vaccinazione riduce il rischio di finire in ospedale per le persone sane del 93% e per le categorie di trapiantati e immunocompromessi dell’87%!

Ma allora perché vediamo un aumento dei contagi?

Dobbiamo sempre tenere in considerazione che i dati resi disponibili dall’Istituto Superiore di Sanità e da altri enti come il sopracitato ATS di Milano, si riferiscono a settimane prima che gli stessi dati vengano pubblicati, per ovvie esigenze di raccolta dei dati e di analisi.

Ciò che osserviamo ora è il frutto di una evoluzione dell’efficacia del vaccino non ancora soggetta ad analisi.

Le osservazioni che vengono fatte sul campo e gli studi in corso di validazione, indicano che l’efficacia dei vaccini decresce dopo sei mesi dalla seconda dose. Questa osservazione è completamente in linea con l’aumento dei contagi che si osserva in nazioni che hanno iniziato prima il ciclo di vaccinazione, Stati Uniti, Regno Unito e Israele. Perciò, è ragionevole pensare che la stessa situazione si verificherà anche in Italia a breve.

Come affrontare l’innalzamento dei casi di infezione?

La strategia che molte nazioni stanno perseguendo è quella di fare un richiamo, definito booster, che possa riportare in alto il livello di anticorpi necessari a combattere il virus.

E’ sufficiente questa strategia? Probabilmente no, in quanto non bisogna trascurare il fatto che le varianti giocano un ruolo nel ridurre l’efficacia dei vaccini, così come il mantenere alto il livello di attenzione alle norme igieniche, soprattutto tra le mura domestiche o nei locali al chiuso più che all’aperto, come uno studio irlandese ha dimostrato.

Infine, come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, si sta registrando una riduzione dell’efficacia dei vaccini dall’84,8% al 67,1%. La riduzione di efficacia a lungo termine dei vaccini potrebbe essere quindi dovuta al tempo intercorso dalla vaccinazione e anche alla diminuita efficacia contro la variante delta. Inoltre, potrebbero aver contribuito eventuali modifiche comportamentali a seguito del rilassamento delle altre misure preventive.

In conclusione, la vaccinazione è la strada e le misure restrittive a carico dei non vaccinati hanno senso ma non bisogna trascurare il fatto che anche i vaccinati devono proseguire ad osservare le norme del distanziamento e dell’utilizzo della mascherina nei luoghi affollati al chiuso, in quanto l’efficacia dei vaccini a lungo termine e la copertura anticorpale varia da persona a persona. E’ quindi ancora lunga la strada per comprendere a fondo come gestire l’infezione da SARS-CoV-2.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here